Casale della Domus romana Villa di Livia a Pozzuoli

Villa di Livia, una dimora molto bella, a Pozzuoli

by • 27 maggio 2018 • TravelComments (0)130

Domus Romana o La villa, sull’attuale Via Campi Flegrei, sorge ai margini occidentali della città, in prossimità dello Stadio.

Domus Roma del suburbio occidentale di Pozzuoli (Napoli)

L’impianto dovrebbe aver raggiunto la fisionomia attuale, in seguito a numerosi interventi di ristrutturazione e di restauro, tra l’età augustea e l’altomedioevo. Come tutte le residenze che sfruttavano una posizione panoramica privilegiata, doveva articolarsi in terrazze degradanti verso il mare, edificate su basamenti artificiali, con saloni pensili e porticati, mentre il corpo centrale insiste direttamente sulla sommità del costone della Starza.

L’ingresso principale si apre sulla via Domitiana; il crollo di parte della fiancata impedisce la ricostruzione del prospetto lato mare. Quello che rimane, sostenuto da terrazzamenti moderni, è il lembo di un’ampia sala panoramica (A 12), dalla pianta non precisabile, pavimentata a mosaico. Il fondo bianco presenta una decorazione geometrica a tessere policrome inscritta in rigidi rettangoli, intervallati da un meandro a svastiche di tessere nere. Da quest’aula si accede a un corridoio coperto da volta a botte, da interpretare, probabilmente, come fauces (A 7), che immette direttamente nell’atrio.

Casale della Domus romana Villa di Livia a Pozzuoli

Il mosaico pavimentale, a fondo bianco, propone un motivo geometrico a esagoni con tessere nere, le pareti, in bella opera reticolata con ammorsature in blocchetti di tufo, conservano frustuli di intonaco dipinto. Ai due lati delle fauces e simmetrici, ma indipendenti rispetto ad esse, ci sono quattro ambienti (A 5, A 8, A 10, A 11), anch’essi voltati, a pianta pressoché quadrata. La disposizione planimetrica, l’esiguità degli spazi e l’austerità dei rivestimenti (almeno due di essi sono pavimentati di cocciopesto e presentano un nudo strato di intonaco bianco alle pareti), indurrebbero ad identificarli come cubicula e stanze per la famiglia o per il personale di servizio.

In particolare gli ambienti a ovest, non comunicanti tra loro, sono stati ricavati da un unico vano rettangolare con l’edificazione di una parete, poi fenestrata, in opera reticolata e oculus nella parte bassa. Attraverso le fauces si giunge direttamente nell’atrium, non molto ampio, che costituisce il volume centrale della villa attorno a cui si dispongono altri ambienti. Evidentemente, in questo caso, non possiamo considerare l’imponeza dell’atrio, indizio dell’importanza della casa (Mart. 12.50), ma dobbiamo piuttosto ritenere che esso sia stato sacrificato a beneficio degli ambienti panoramici dei lati sud ed est.

A pianta rettangolare, conserva il pozzo di luce del compluvium, in cui sono visibili i mattoni posti di taglio e il bacino corrispondente dell’impluvium, in tufo, rivestito di lastre di marmo. Il pavimento a mosaico, a fondo bianco, presenta un meandro a svastiche e quadrati con tessere nere. Sulla parete nord si conserva un brandello di affresco con uccello che poggia su una balaustra delimitata da colonne di cipollino. Ad ovest il largo ingresso voltato centrale è fiancheggiato da due nicchie ricavate nello spessore del muro.

Atrio della domus Romana Villa di Livia a Pozzuoli

Quella a destra, ben conservata e con resti di intonaco dipinto, potrebbe essere interpretata come un lararium nella sua forma più semplice: una nicchia ad arco sormontata da una cornice aggettante, sul fondo della quale dovevano essere dipinti i Lari e il Genio. Potrebbero corroborare questa ipotesi i resti di una base rettangolare (altare?) o gradino davanti all’edicola e frustuli di intonaco a motivi vegetali e foglie nello zoccolo del muro, motivi che ricordano lo sfondo offerto alle spire del serpente di solito dipinto proprio sotto il sacello domestico. Di quella sinistra, anch’essa verisimilmente dipinta, restano solo tracce nella muratura.

La parete di fondo dell’atrium, in asse con le fauces, presenta due vani scale ravvicinati e due aperture che immettono in ambienti voltati rettangolari (A 2, A 4), isolati rispetto all’atrio, da porte a battenti di legno, di cui rimangono i fori dei cardini negli stipiti. Attualmente ambedue le sale comunicano col lato nord della casa tramite altri due accessi tagliati posteriormente nei muri di fondo, ma in origine esse dovevano prendere luce solo dall’atrio stesso e da feritoie o piccole finestre in alto.

La tecnica edilizia è quella solita delle specchiature in reticolato con ammorsature in blocchetti rettangolari: lo zoccolo è in laterizi. Non c’è traccia di pavimenti o di decorazione parietale, per cui la loro funzione può essere desunta solo dalla posizione planimetrica. Si può ipotizzare che, occupando la zona tradizionalmente destinata al tablinum, una di esse (A 4), nella fase originaria in comunicazione col quartiere residenziale est, fungesse da studio privato per il padrone di casa, mentre l’altra, leggermente più ampia (A 2) potesse essere utilizzata come cenaculum quando non c’erano ospiti. L’angusto vano sottoscalare, creato dalla volta rampante per alleggerire la massicciata di supporto era, probabilmente, utilizzato come armadio o ripostiglio.

Meno probabile l’interpretazione di A 2 come cubiculum per il dominus, perché in questo caso il binomio cubiculum – tablinum, che costituisce l’appartamento del padrone di casa, avrebbe previsto una comunicazione tra le due stanze che, nonostante la cattiva conservazione del muro divisorio, non sembra esserci. In ogni caso l’assenza della successione tablinum – peristilium – hortus e del conseguente effetto prospettico dall’atrio, sembrerebbe confermare l’inversione degli ambienti ricordata da Vitruvio (VI 5,3) per le ville pseudo-urbane.

Il percorso sul lato nord della dimora, opposto alle fauces, si conclude con due vani di servizio (A 24, A 25) in comunicazione rispettivamente con gli ambienti 2 e 4, scavati solo per una piccola parte. In quello di sinistra, alle spalle di A 2 è visibile, addossata al lato ovest, una vaschetta rettangolare interamente foderata di signino con foro di scarico su un lato breve. Ambedue i vani mostrano tracce di rifacimenti successivi e piuttosto tardi rispetto all’impianto originario, a giudicare dalle tecniche edilizie.

Sala panoramica della Domus romana di Villa di Livia a Pozzuoli

Tornando nell’atrio, sempre sul muro nord, rimangono, in perfetto stato di conservazione, ma prive del rivestimento originario due gradinate. Quella occidentale (A 3), conduce a un piccolo vano ipogeo (A 9) a pianta rettangolare, angusto e completamente privo di aperture. Ha il pavimento in cocciopesto, un ordine di cinque piccole nicchie sul lato lungo di fronte alle scale, una nicchia al centro dei lati brevi est e ovest.

Alla parete sud, a sinistra dei gradini, sono appoggiati due zoccoli in muratura (forse per sostenere un altare?). Se si esclude l’ipotesi di un deposito e/o magazzino, perché le pareti e l’interno delle nicchie sono ricoperte da intonaco dipinto, l’ambiente, che ha tutto l’aspetto di un colombario, si presenta di problematica interpretazione. Si è, comunque, tentati di attribuirgli una funzione cultuale sia per l’accurato se non ricco rivestimento parietale, sia per la presenza delle nicchie, sia per i muretti della parete sud, che sembrano destinati a sostenere un altare o una mensa.

Villa di Livia, una famosa Domus romana

Azzardata, ma non impossibile, l’ipotesi di un sacellum per riti misterici e cerimonie di purificazione o di un lararium ipogeo, in cui gli incassi nel muro fossero destinati a contenere le teste degli antenati o statuette di culto. Nello strato di riempimento moderno del vano sono state recuperate due teste-ritratto in marmo, una maschile di età adrianea, una, femminile, identificabile in Faustina Minore e un’erma di adolescente.

L’accesso ai piani superiori era affidato all’altra scala, (A 14), affiancata alla precedente. I gradini, costruiti in opera mista a due filari di blocchetti di tufo e uno di laterizi, con un’alzata media di ca. 18 cm, sono fiancheggiati da muri in opera reticolata con ammorsature in blochetti rettangolari. Non c’è traccia dei rivestimenti, evidentemente spoliati, a parte gli incassi semilunati nello zoccolo dei muri perimetrali.

La prima rampa, piuttosto ripida e senza corrimano mena ad un ballatoio con altri due scalini, provvisto, originariamente, di un’apertura sul lato nord, poi tamponata per creare un sostegno ad una fistula che doveva attingere acqua dal pozzo-cisterna attiguo. Dell’alloggio della conduttura rimane una traccia evidente nella malta di superficie. Un angusto corridoio con una seconda rampa, più breve, doveva, invece, condurre agli ambienti veri e propri, oggi completamente distrutti e sostituiti dai volumi del casolare moderno.

Il quartiere orientale appare, invece, chiaramente, come il settore di rappresentanza dedicato all’otium e al godimento del paesaggio. L’accesso primario, direttamente nell’atrio, doveva essere situato sul lato est attraverso un ambulacro porticato sostenuto da pilastri liberi in laterizio. Il crollo di tutta la parte anteriore del costone impedisce di apprezzarne l’estensione e l’inquadramento planimetrico, ma è probabile che racchiudesse un’area di giardino per sfruttare la posizione panoramica, rivolto com’è verso il mare.

Settore di Villa di Livia, Domus romana a Pozzuoli

Proprio in quest’area, in occasione di alcuni lavori per la sistemazione della scarpata, è stata rinvenuta una statua acefala di barbaro prigioniero che, insieme alla quasi totalità del complesso scultoreo della villa, è attualmente esposta al Museo di Baia. In asse con questo ambulacro, a ideale proseguimento dello stesso, si entra in un corridoio (fauces) pavimentato in opus sectile e coperto da volta a botte (A 16).

Ritratto maschile a Villa di Livia, la Domus romana a Pozzuoli Ritratto di Faustina Minore nella Domus romana di Villa di Livia

Si tratta di un altro ambiente di passaggio per mettere in comunicazione il quartiere residenziale con l’atrio attraverso un ampio portale, in seguito ristretto. La puntuale volontà di esaltare la veduta sul mare e, conseguentemente, di creare scorci prospettici sull’asse nord-sud quanto più ampi possibile, portano alla costruzione di una parete quasi completamente fenestrata sul lato sud, creando una ideale comunicazione con l’ambiente ad esso adiacente, oggi in cattivo stato di conservazione e parzialmente ricoperto da vegetazione.lastre mar

Attraverso il muro nord di queste fauces orientali c’è una porta, non prevista nel progetto originario, che le mette in comunicazione con il vano successivo (A 17). Il passaggio sembra realizzato nel momento in cui questa piacevolissima sala di soggiorno viene isolata dall’atrio con la tamponatura della porta nella parete ovest e incarna, probabilmente, l’esigenza di circoscrivere i perimetri dei quartieri dedicati all’otium e al ricevimento, da quelli destinati agli aspetti più intimi della vita quotidiana e dei servizi, con percorsi obbligati che partono dall’atrio e nell’atrio ritornano, restituendo la funzione primitiva di fulcro della vita domestica.

Dell’originaria pavimentazione in opus sectle a lastre marmoree policrome disposte secondo un regolare ordine geometrico, restano scarse tracce per gli imponenti crolli delle volte, mentre lembi di lastre marmoree resistono nello zoccolo delle pareti. In prossimità della porta est, che immette nell’ambulatio, porticata, egualmente pavimentata a tarsie policrome di marmo, rimangono, in situ, frammenti di lastre più sottili e, perciò, in sottosquadro rispetto alla decorazione principale, scanalate a glifi, quasi a guisa di colonne.

Testa di Erma di Adolescente Statua di barbaro prigioniero

Attraverso la parete nord, trifora, si accede all’ultimo ambiente (A 18) scavato del corpo centrale. In epoca tarda la porta mediana viene tamponata e si susseguono sostanziali modifiche con la costruzione di poderosi muri, sui lati nord ed est, che ne riducono la volumetria. Dallo spessore di queste strutture sembra che il complesso, in età altomedievale, abbia subito sostanziali modifiche legate alla ristrutturazione del piano superiore già esistente.

Esse dovettero, in qualche modo, compromettere la statica dell’edificio, perché gravavano interamente sulle volte e sui muri del piano terra, pertinenti alla fase precedente, rendendo necessari questi rinforzi nell’ambiente sottostante (A 18). Originariamente la stanza era elegante e raffinata con un ingresso ad arco in comunicazione con A 4 (tablinum?), il mosaico dorato a decorazione delle pareti e le lesene che movimentano gli ingressi dei lati sud e ovest. Non c’è traccia, invece, dei pavimenti, completamente sfondati.

Statua di Dioniso e Pan Statua di Livia Fortuna

Ritornando alle fauces orientali e percorrendo l’ambulatio porticata, si apre, sulla sinistra, l’imponente aula absidata a pianta rettangolare (A 19). L’ingresso monumentale era tripartito da due colonne in marmo bianco, (si conserva in situ la base attica di quella ovest), quasi a formare un pronao all’ampio catino absidale di fondo. Nello spessore del muro absidato sono stati ricavati tre incassi previsti in progetto: due, simmetrici, rettangolari e una nicchia centrale.

Sarcofago strigilato nella Domus romana di Villa di Livia a Pozzuoli

E’ legittimo supporre che la statua marmorea di Livia ritratta a guisa di Fortuna, rinvenuta alla fine del secolo scorso nella stessa proprietà ed oggi esposta alla Ny Carlsberg Glypthotek di Copenaghen, trovasse posto proprio al centro del catino absidale, mentre le due nicchie laterali dovevano ospitare due gruppi di Dioniso e Pan. Tutte le sculture, in marmo lunense, sono opere di genere databili al I sec. d. C. Il pavimento è costituito da tarsie marmoree policrome (opus sectile) e di marmo sono, anche, i rivestimenti delle pareti per tutta la loro altezza.

Frustuli di marmo policromo rivestono, ancora, lo zoccolo del muro, mentre nelle nicchie e nel catino absidale rimangono alcune tracce di marmo bianco. Poiché quest’ultimo rivestimento ricopre l’abside in cui una profonda lesione è stata sarcita con alcuni frammenti laterizi, dobbiamo presumere che i rivestimenti o, almeno, questo rivestimento, non siano in fase con le strutture, ma pertinenti a una fase di ristrutturazione. Le stesse lastre ricoprono la sommità di un muro circolare addossato all’abside a guisa di fodera e questo dato ci fa supporre che la ristrutturazione abbia perseguito scopi non solo decorativi, ma anche strutturali (post terremoto 62 d.C.?).

Appare anche possibile, del resto, che la guaina sia stata eretta per creare una più ampia superficie d’appoggio alle statue che dovevano trovare posto nelle nicchie. Le strutture portanti sono tutte in opera reticolata con ammorsature in blocchetti parallelepipedi di tufo, molto accurata sia nella disposizione dei cunei, sia nell’omogeneità dei materiali e, nella facciavista esterna, sono rivestite di un sottile strato di cocciopesto fine e ben lisciato.

I massicci crolli delle volte hanno, purtroppo, sfondato ampie zone di pavimento incuneandosi profondamente al di sotto delle quote di calpestio e creando una superficie scabra e ondulata. A questo punto l’unico percorso possibile, a parte quello di andata, è un ampio ingresso sul lato est che portava, evidentemente, all’esterno. Attraverso un portale con arco a tutto sesto sul lato sinistro, si entrava in uno spazio delimitato, sul lato sud, dal rovescio dell’abside e, sul lato nord, da un muro in blocchetti di tufo ‘quadrangolari’ articolato in una serie di eleganti e slanciate nicchie absidate (A 20).

Allo stato attuale delle nostre conoscenze le dimensioni, la posizione planimetrica e il tormentato perimetro dei muri laterali indurrebbero a ipotizzare un’area coperta a terrazza o, meglio ancora, aperta a hortus – viridarium o a cortile. In questo caso l’architettura così realizzata verrebbe a fondersi con lo spazio aperto del giardino tra il quartiere di rappresentanza e il successivo ambiente voltato.

In epoca tarda l’ambiente viene abbandonato e riconvertito in area cimiteriale per tombe isolate o a piccoli nuclei, che si impiantano su uno strato di distruzione relativo alla degenerazione e alla degradazione di pavimenti, murature e intonaci. A ridosso del muro sud, protetta dallo stesso, è stata recuperata una tomba a enkythrismos, comunque schiacciata alla sommità, orientata NW/SE. La sepoltura, viene realizzata utilizzando tre anfore, tagliate longitudinalmente e impilate l’una nell’altra.

L’inumato, un bambino, giaceva in posizione supina, con il capo leggermente reclinato verso nord, all’interno dell’anfora centrale da cui fuoriuscivano la testa e i piedi. Il cranio era sfondato, nella zona antero-inferiore, le mani incrociate all’altezza del bacino. Tra le gambe, poggiata sul letto di deposizione, c’era una monetina tarda, molto erosa e completamente concrezionata. Un’altra monetina, insieme a un chiodo, è stata ritrovata, frammentaria, nel terreno di riempimento. Le monete, sebbene non leggibili e deformate dalle concrezioni, sembrano, in entrambi i casi, piccoli nominali di bronzo databili dalla metà del IV sec. d.C. in poi.

La presenza di sepolture, potrebbe testimoniare l’abbandono di alcuni ambienti della villa, con conseguente restringimento della parte abitata o, più probabilmente, un isolato episodio degenerativo, prima della successiva riorganizzazione della dimora. Alle spalle, sempre procedendo verso nord, c’è un lungo ambiente, (A 21), delimitato, a sinistra, dal muro absidato di A 20, dall’altra, da un muro con absidi verso l’esterno.

Questo particolare suggerisce un muro perimetrale, egualmente decorato con nicchie e statue, per monumentalizzare l’ingresso sul lato della Via Domitiana, cosicché anche il prospetto della villa sulla strada risulti animato e articolato da piacevoli soluzioni come la mossa orlatura dei muri e gli imponenti catini absidali. Sul lato nord è stato, inoltre, rinvenuto, un monumento funerario, già violato da uno scavo clandestino, all’interno del quale è stato recuperato un sarcofago in marmo proconnesio (III d.C), lavorato sulla faccia principale e su parte dei lati.

La parte centrale della fronte presenta due specchiature strigilate ad andamento contrapposto, il cui incontro genera uno spazio occupato da un rilievo miniaturistico con Eros e Psiche; al di sotto è accovacciato un leprotto. I campi laterali accolgono le figure dei due defunti davanti a un tendaggio. L’uomo, a dx., togato, tiene in mano un volumen e, ai piedi, ha un gruppo di rotoli. Anche la donna regge un volumen mentre due Eroti sembrano indirizzarla verso il marito. Alle estremità compaiono due pavoni. Il sarcofago era chiuso da un coperchio a doppio spiovente con acroteri angolari.

L’imponenza della dimora, il raffinato programma decorativo e la presenza di ritratti, legati a personaggi della casa regnante, indurrebbero a identificare la Villa di Livia con una residenza imperiale.

Grazie ad un intervento globale e mirato di ristrutturazione della proprietà, le strutture antiche, i mosaici pavimentali, gli affreschi, sono stati completamente restaurati e la villa riproduce, oggi, l’autentica atmosfera di una domus, con le sue luci, le sue ombre, i suoi colori.

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